Di recente, in uno scambio con una associazione fiorentina per i diritti dei Palestinesi, partito da una richiesta di adesione alla richiesta di scarcerazione di Marwan Barghouti, ho scritto una lettera che penso di poter condividere, perché riassume alcune cose che ritengo importanti.
Scrivevo:
...Ancora una volta sono evidenti le distanze siderali fra di noi nell’interpretazione della storia e del contemporaneo; ma non mi dilungherò a elencarle, penso serva a poco in questo contesto. Mi limito a segnalare quanto sia lontana la nostra lettura dell’operato di pacifiste come Noa e Mira Awad; devo dire che trovo estremamente doloroso che una parte delle forze dedicate ai diritti del popolo palestinese dedichi energie, pure nel contesto di un movimento d’opinione di dimensioni mai viste, diffuso nel mondo contro l’operato di Israele e a favore della popolazione di Gaza e Cisgiordania, a contestare chi opera per il riconoscimento reciproco, e porta posizioni giudicate “moderate” o come dite voi “modeste”. Chi come me (e come voi, mi verrebbe da dire, e invece...) vive da decenni il dramma del conflitto, si aspetterebbe che ogni sforzo fosse dedicato oggi a trovare, finalmente, una forma di compromesso, di accordo che permetta di riconoscere ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione che da troppo tempo manca loro (senza bisogno di accapigliarsi su chi ne porti la colpa, è un dato di fatto innegabile). Invece, ancora come quarant’anni fa quando cominciavo a occuparmi di questi temi, vedo la causa palestinese resa schiava di massimalismi e obiettivi altri, da molti suoi stessi sostenitori. Forse sarete d’accordo con me nel considerare come i diritti dei palestinesi sembrano eternamente arrivare secondi; e non solo nell’agone delle potenze mondiali, ma anche nel loro campo, rispetto alle mire di rivalsa di paesi arabi, di movimentismi europei alla ricerca di una causa che unisca studenti e operai, di forme radicali di islam politico, e chi più ne ha... Alla causa della pace e della possibilità di vita in quella regione, non in un epoca lontana ma oggi, domani, gli sforzi di dialogo servirebbero assai più che proclami ideologici su stati binazionali e desideri d’internazionalismo. Ma il campo pacifista israelo palestinese cui Noa fa riferimento e di cui è parte attiva non è sufficientemente radicale, e va sconfessato; o Mira Awad non è sufficientemente palestinese, come si diceva sui social all’epoca della sua esibizione a Sanremo; e a chi parla di due popoli due stati (come me), bisogna sputare in faccia, come ha detto un mio amico celebre di recente in una piazza gremita. Noa, secondo voi, ha la colpa di ritenere una parte della società israeliana “sana”. Auguriamoci invece che abbia ragione: auguriamocelo anche e soprattutto per la causa che sostenete. Aiutiamola, invece di considerarla con sufficienza. Se mi posso permettere, sforzatevi anche voi di rendere “sana” la società in cui viviamo, sana nel senso disponibile all’ascolto, al dibattito, alla comprensione delle ragioni dell’altro. La fine di quel conflitto non nascerà dalla cancellazione del nemico: né dall’una né dall’altra parte. Partiamo da qui, da smetterla con il cercare di cancellare le ragioni dell’altro.
Ma ecco, mi sono messo a polemizzare e non volevo. Quello che ci tenevo invece a dire è che la vostra visione di ciò che succede nel mondo ebraico e delle supposte differenze fra qui e altrove è completamente fuori strada [nella lettera precedente si parlava di quanto fosse diversa la situazione negli USA, dove comunità ebraiche sarebbero in prima linea a protestare contro l’operato di Israele, mentre da noi no]. Parlate di “comunità ebraiche” negli Stati Uniti; ma negli USA le comunità come le intendiamo qui non ci sono proprio. Non esistono. Per mille motivi storici, a partire da una differenza molto significativa nella presenza ebraica nel paese (negli USA si conta in termini di unità per cento; qui da noi non arriviamo allo 0.5 PER MILLE della popolazione), qui da noi esistono “comunità” che sono organi rappresentativi di tutta o quasi la popolazione ebraica. Negli USA e altrove no. La situazione là che descrivete, di presenza ebraica alle manifestazioni, fatta salva la differenza numerica, non è per niente diversa dalla presenza qui da noi delle varie sigle pacifiste ebraiche nelle manifestazioni pro Palestina. Solo che la quelle realtà, negli USA hanno anche, magari, una sinagoga di riferimento, una dimensione grande, una rete ampia intorno e vengono chiamate “comunità” che sono, chiaramente, ma non nel senso che ha la parola in Italia. Il mondo ebraico americano (ma vale anche altrove) è frastagliato, diviso in diverse correnti gruppi associazioni e istituzioni. Qui da noi, invece, siamo pochissimi e nelle “comunità” siamo tutti insieme. Le posizioni che prendiamo politicamente sono dunque, di solito NULLE perché somma (e somma zero) di posizioni diverse. Al più (anatema!) sono posizioni “moderate”, “modeste”.
Voi vi dite preoccupati, e vi credo sinceramente, del fatto che la “gente comune” percepisca l’ebraismo come monolitico e gli ebrei italiani come sostenitori delle politiche di Nethanyahu. Forse però potreste cominciare a vedere e descrivere la realtà per quello che è, apprezzare il ruolo delle associazioni ebraiche a voi vicine, il contributo di pensatori e intellettuali ebrei, ciascuno a modo suo, alla causa della pace (per chi ci crede); intellettuali che io sono il primo a cercare di rendere più presenti anche dentro il mondo comunitario, anche quando sono in disaccordo su una posizione o l’altra, e lo sanno bene Gad e Anna per dirne due; ma che certo, andiamo, non hanno problemi di visibilità. Forse si potrebbe smetterla di pretendere pubblicamente (come anche voi avete appena fatto) abiure ufficiali o prese di posizione da istituzioni elettive che riflettono le tendenze politiche della società in cui vivono. Ci governa Meloni; la maggior parte delle comunità italiane hanno dirigenze di destra. Vi sorprendete? Sulla televisione di stato e sulla stampa trovano più spazio di ieri opinioni allineate col governo. È una responsabilità delle comunità ebraiche?
Nello spazio di una comunità italiana si svolge il Balagàn Cafè [il festival culturale che la Comunità Ebraica di Firenze ospita nel suo giardino da 14 anni]. Che non è affatto un luogo dove mettere in piazza dibattiti sull’attualità politica. È un “safe space”; un luogo in cui si parla di cultura, affrontando anche temi di attualità, pace e guerra, ma in termini di moderazione, quella moderazione che, sappiamo, non vi convince e che per me è oggi assai più rivoluzionaria di molte purezze ideologiche. Fanno parte degli iscritti alla Comunità fiorentina persone nate e cresciute in Israele. Altri che non ci sono mai stati, e magari farebbero fatica a metterlo su una mappa del mediterraneo. Ci sono famiglie con figli o nipoti militari di leva in Tsahal. Famiglie che hanno perso parenti a Gaza, il 7 ottobre o magari durante la guerra. Famiglie che hanno figli che hanno ricevuto le botte della polizia in Cisgiordania, difendendo la raccolta delle olive dei palestinesi. Famiglie invece che i figli li hanno nella polizia. Persone che votano in Israele, che magari votano Likud (forse qualcuno anche Ben Gvir!). Altri che votano a sinistra. Qualcuno vota i partiti arabi. Altri ancora che sono qui da noi perché scappati dal paese. Altri ci sono stati come turisti, ma non hanno mai pensato di diventarne cittadini e si rifiutano di prendere parte alla discussione politica su Israele perché ritengono non competa loro. Ecco, io li rappresento tutti. E loro mi sopportano, anche quelli che hanno opinioni politiche diverse dalle mie; pretendendo però che sia un presidente “super partes”, e cerco di farlo. E sono felice quando possono sedersi accanto, al Balagàn. Accanto gli uni agi altri, e accanto a fiorentini non ebrei - che siano accaniti sostenitori di Israele, oppure iscritti ad AssoPace Palestina. Anche per ribadire quello su cui insisto quotidianamente, nonostante le ferite inferte dall’ondata invereconda di odio antisemita che si riversa sui social, nelle scuole e nei posti di lavoro, che sono sicuro vedete anche voi, che la società non è pregiudizialmente antiebraica; che una bandiera palestinese non rende chi la porta un antisemita. Concetti un tempo banali, oggi difficili da far passare dentro una comunità. Quella è la missione del Balagàn. Parlare del bimillenario contributo ebraico alla cultura del nostro paese, creare un clima di serenità e di conoscenza che non toglie nulla alle legittime diverse visioni politiche.
Come potrebbe il Balagàn, come potrebbe una comunità fatta come vi ho detto di tutte le opinioni di questo mondo, farsi parte attiva della richiesta di scarcerazione di Barghouti, come chiedete? Voglia il cielo che un giorno Barghouti possa avere davvero il ruolo che ha avuto Madiba, e rappresentare una stagione di pace e convivenza. Ma oggi, è condannato in via definitiva per 5 omicidi di matrice terrorista, essendo stato a capo del braccio armato dell’OLP, i Tanzim, quelli che si sono distaccati dall’OLP dopo Oslo. È stato condannato in maniera regolare da un tribunale civile che lo ha contestualmente assolto per altre decine di capi d’imputazione. Certo, se si parte dal presupposto per cui non esiste nulla di “sano” in Israele, anche il sistema giudiziario è uno strumento del malvagio imperialismo colonialista occidentale, e le condanne non contano, così come non contano le vittime del terrorismo: in fondo in Israele secondo questa visione non ci sono civili, ogni cittadino è un “colono”. Lo sostengono le veline di matrice più o meno velatamente iraniana che circolano nel mondo antagonista, siete liberi di sostenerlo anche voi ovviamente: ma pensare che sia una comunità italiana a dichiararlo associandosi alle richieste di scarcerazioni, è o una ingenuità e frutto di ignoranza, o il tentativo di fare polemica. Questo non toglie poi, e lo dico con estrema chiarezza, che se Barghouti sarà un giorno libero, eletto, e capace di portare il suo popolo a firmare accordi di pace, sarò felicissimo e lo applaudirò entusiasta, indipendentemente dal suo passato, così come ho esultato alle strette di mano (tradite, ma questa è un’altra storia) con Arafat, con il passato che aveva sulle spalle. Ma non chiedete alla comunità ebraica di chiederne la liberazione, in un’ennesima lettera aperta.
Io sono felice se e quando vedo qualcuno di voi partecipare al Balagàn. Ma questo non significa che sia disposto a bruciare quel po’ di buono che riesce a fare per trasformarlo in un luogo di scontro. Ormai, in una sorta di boicottaggio più o meno silenzioso, già si è svuotato, e non ci viene più la metà della gente che ci veniva un tempo. Ma non inseguo i numeri, cerco di mantenere accesa una fiammella di senso. Invitatemi a parlare in un vostro spazio. Sarò felice di venire, anche a farmi fischiare. Anche a cercare di spiegare il legame profondo fra ebrasmo italiano e Israele, con tutte le differenze del caso. Anche a parlare (doppio anatema!) di sionismo. Ma il Balagàn è uno spazio di serenità, di apertura, di condivisione, non di polemica e non di dibattito, meno che mai la corrida che risulterebbe da ospitare interventi opposti gli uni agli altri. Non ci si nasconde dietro a un dito, e in questi anni non possiamo non affrontare i temi dell’attualità di guerra che ci circonda. Ecco la presenza di Noa. Ma sempre con il tentativo di non trasformare il giardino Daniela Misul in una plaza de toros.
Un saluto
Enrico Fink

Sottoscrivo tutto. Come faccio sempre, sommessamente, invito anche te e chiunque creda nei due stati a preferire l'espressione "due democrazie".
approvo ogni singola parola